
OLTRE
Parco della Rimembranza Castagneto Carducci (LI) ore 21,15
Ingresso gratuito, fino a esaurimento posti
Info leviedelgiornalismo@gmail.com
Programma
Giovedì 29 luglio Alessandra Schepisi e Pierpaolo Romio, 24 storie di bici, Il sole 24 ore, 2021
Il libro è un viaggio che inizia in una bottega immaginaria, quella di Beccaris, meccanico mantovano, che ripara bici da cinquant’anni, e che prosegue raccontando le storie vere di personaggi che hanno fatto delle
due ruote la loro scelta di vita: dal mago dei telai ai riders del teatro, dalla record woman al viaggiatore in solitaria tra i ghiacci della Siberia, 24 storie frutto di interviste che si susseguono a ritmo di pedale. Beccaris
rievoca l’inaugurazione del suo negozio, il 1° dicembre 1973, alla vigilia della prima domenica di austerity, negozio che ora, ai tempi della pandemia, si ritrova ad essere protagonista di un nuovo e inaspettato boom di vendite. È lui il cantastorie che accompagna il lettore alla scoperta delle svariate declinazioni della bicicletta: mezzo di trasporto non inquinante e sempre più tecnologico, grazie anche alla pedalata assistita, strumento di svago e di attività sportiva, risorsa economica in costante crescita, simbolo di spensieratezza e di libertà, macchina generatrice di sogni che si lega al passato e si apre al futuro, con promesse di sostenibilità e di ritrovata armonia con la natura. Il libro si chiude facendo il punto con il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili Enrico Giovannini sugli investimenti dei prossimi anni nella mobilità sostenibile e ciclabile. Alessandra Schepisi, giornalista professionista, lavora nella redazione romana di Radio24 dal 1999, anno della sua fondazione. Dal 2018 conduce la trasmissione radiofonica
settimanale dedicata alla bici «A Ruota libera» (per la quale nel 2019 ha ricevuto da Fiab, Federazione Ambiente e Bicicletta, il premio Giornalista Amica della Bicicletta). Pierpaolo Romio, vicentino, da oltre vent’anni al timone di «Girolibero» principale tour operator italiano specializzato in vacanze facili in bicicletta.
Venerdì 30 luglio Sandra Bonsanti e Stefania Limiti, Colpevoli. Gelli, Andreotti e la P2 visti da vicino, Chiare lettere, 2021
Colpevoli di Sandra Bonsanti, curato da Stefania Limiti, è un saggio che vede a confronto due fra le giornaliste più colte e brillanti del nostro Paese. Ma, soprattutto, è il dialogo serrato fra due esperte di misteri d’Italia e fra due personalità che non si sono mai arrese alla barbarie. A quarant’anni dalla scoperta della P2, la testimonianza della giornalista che visse in prima persona il periodo più nero della Prima repubblica. Gelli e Andreotti. Ci sono loro al centro di molte sedute della Commissione che indagò sulle trame eversive della loggia P2. Ma Belfagor e Belzebù, come li soprannominò Craxi, non sono gli unici spettri che per decenni avvelenarono la nostra democrazia, coltivando nell’ombra la deviazione e l’inganno. Sandra Bonsanti ripercorre le fasi salienti di quelle indagini, che da coraggiosa giornalista documentò e approfondì in ogni loro fase. A quarant’anni dalla scoperta degli elenchi di Castiglion Fibocchi, le raccorda con i recenti esiti delle inchieste sulle stragi, aggiungendo numerosi dettagli inediti e toccanti ricordi personali. Scopriamo così di quando, nell’agosto del 1974, rinvenne insieme ai carabinieri un deposito di tritolo sulla ferrovia dov’era appena avvenuta la strage dell’Italicus. Di quando nel 1982 seguì la Commissione Anselmi a Otisville, negli Stati Uniti, per l’interrogatorio a Michele Sindona. Di quando nell’aprile del 1988 intervistò Gelli, appena tornato libero, a Villa Wanda. Del suo incontro con i vecchi genitori del giudice Livatino ammazzato dalla mafia nel 1990, degli insulti che le rivolse Cossiga, forse piccato dai suoi articoli sulla P2. Come scrive Stefania Limiti nel suo dialogo con l’autrice in chiusura del libro, la storia della P2 e del suo ineffabile direttore parla ancora molto all’Italia di oggi. Sarebbe un micidiale errore archiviarla come uno spiacevole incidente di percorso. Sandra Bonsanti, infatti, è stata colei che più di chiunque altro, in Italia, ha lottato per conoscere la verità e rendere giustizia ai familiari delle vittime della strategia
della tensione, dell’eterno fascismo italiano.
Domenica 1 agosto Francesca De Sanctis, Una storia al contrario, Perrone, 2020
«La storia è “al contrario” come quella di quasi tutta una generazione: De Sanctis era una giornalista affermata a 25 anni, si ritrova precaria dopo la tormentata chiusura dell’Unità. Che racconta e denuncia in questo libro» – il Venerdì
“Quando il futuro si guasta e il passato sembra svanire, la vita può riservare nel presente lotte anche più dure. Lotte con il proprio corpo che non ha retto crisi e pressione. Tutto sta nel riuscire ancora a
raccontarlo». – Robinson
Il 29 luglio del 2014 il quotidiano l’Unità sospende le pubblicazioni e un’ottantina di giornalisti si ritrovano da un momento all’altro senza lavoro. Fra di loro c’è anche Francesca, incinta di 4 mesi e già madre di una bimba di 5 anni. Un anno dopo il giornale riapre e lei viene riassunta, ma l’esperienza durerà poco. A giugno del 2017 l’Unità sparisce di nuovo dalle edicole. Stavolta sono 29 i giornalisti a perdere il lavoro. Francesca si
ritrova ancora in Cassa integrazione, ma non si arrende. Collabora con diverse testate e per un periodo lavora anche in tv, è costretta però a fare i conti con pezzi malpagati e una concorrenza spietata, schiacciata
fra pensionati che non vogliono cedere i loro spazi e giovanissimi disposti a tutto. Diventa una precaria, proprio lei che a 25 anni poteva vantarsi di avere già fra le mani un contratto a tempo indeterminato, e ripensa a tante cose, da suo padre, scomparso prematuramente, ai sui primi anni all’Unità, quando stringeva rapporti con il mondo intellettuale. Intanto il suo corpo non regge più lo stress e si ribella: la malattia rara e insidiosa da cui è affetta da anni torna a farle visita.
Venerdì 6 agosto Annalisa Cuzzocrea Che fine hanno fatto i bambini. Cronache di un paese che non guarda al futuro, Piemme, 2021, in dialogo con Alberto Zanobini Direttore Generale Ospedale Meyer e Presidente Associazione Ospedali Pediatrici Italiani
«Che fine hanno fatto i bambini?» chiedevano alcuni striscioni comparsi in diverse città italiane durante il primo lockdown, quando le scuole erano chiuse e i ragazzi erano spariti dal discorso pubblico. Quando il
presidente del Consiglio e il comitato scientifico avevano dimenticato di decidere se un bambino, accompagnato, potesse fare almeno un giro intorno al palazzo, capire che il mondo non era scomparso, avere un’idea di quel che stava accadendo davvero. Annalisa Cuzzocrea, inviata di Repubblica, mamma di Carlo e Chiara, ha deciso di indagare sul perché bambini e i ragazzi non siano stati visti dal governo alle prese con l’emergenza Covid-19. Perché siano serviti mesi prima di rendersi conto di quanto pesante sarebbe stata la conseguenza della chiusura delle scuole, dell’isolamento nelle case, soprattutto per i più fragili e per chi vive in contesti difficili. Attraverso il dialogo con psicologi, scrittori, economisti, demografi, sociologi, registi, insegnanti, genitori, nel viaggio che la porta fino ai Quartieri spagnoli di Napoli e dentro la sezione nido del carcere di Rebibbia, l’autrice scopre le ragioni di fondo dell’invisibilità di infanzia e
adolescenza nel nostro Paese. Dove le esigenze e i diritti dei più piccoli, dei più giovani, vengono sempre dopo. Messe dallo Stato a piè di lista, mentre troppo, quasi tutto, si delega alle famiglie di appartenenza. I
bambini sono considerati “bagagli appresso” dei genitori, appendici affidate alle loro cure, non cittadini degli spazi che abitano, quasi mai pensati per chi ha meno di 18 anni. È solo un problema politico o è anche
e soprattutto un problema culturale? Perché l’Italia stenta a vedere i suoi figli per quello che sono, e si limita a studiarli attraverso quello che consumano? Se tutto è affidato alla famiglia, cosa si fa dove l’ambiente
d’origine non funziona, non aiuta, non permette di “fiorire”? Che fine hanno fatto i bambini è un testo necessario per capire cosa ci stiamo perdendo, come stiamo mettendo in pericolo il nostro futuro. E da dove
bisogna ripartire.
Sabato 7 agosto Vittorio V. Alberti , Non è un paese per laici, Bollati e Boringhieri, 2020, e con don Luigi Ciotti Per un nuovo umanesimo. Come ridare un ideale a italiani e europei, Solferino, 2019
Filosofo e saggista, direttore della rivista on-line Sintesi Dialettica (www.sintesidialettica.it), docente di Filosofia politica e ricercatore di Storia moderna e contemporanea. E’ membro della Consulta scientifica del Cortile dei Gentili e tiene un blog su HuffingtonPost. È officiale, per i temi politici, del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale presso la Santa Sede. Tra i suoi libri più recenti: Pane sporco. Combattere la
corruzione e la mafia con la cultura, Rizzoli, 2018 con prefazione di Giuseppe Pignatone e conclusioni di L. Ciotti; Corrosione. Combattere la corruzione nella Chiesa e nella società, Rizzoli, 2017, scritto con il
cardinale Peter Turkson, con prefazione di Papa Francesco; Il papa gesuita. Pensiero incompleto, libertà e laicità in papa Francesco, Mondadori università, 2014; Il concetto di pace, Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace-Libreria Editrice Vaticana, 2013; Nuovo Umanesimo, Nuova Laicità, Lateran University press, 2012; La DC e il terrorismo nell’Italia degli anni di piombo, Rubbettino – Istituto Luigi Sturzo, 2008; Il mondo di Leone XIII, Liberal, 2006.
Domenica 8 agosto Sara Lucaroni Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato, Round Robin, 2021
La divisa non rende eroi, eroi sono le donne e gli uomini che la indossano. E la loro forza o fragilità è responsabilità di tutti. Ogni giorno in Italia la vita di questi servitori dello Stato si intreccia con i grandi fatti di cronaca del paese o con il quotidiano, spesso altrettanto difficile: alcuni di loro scelgono di non farcela e il loro suicidio diventa quasi subito un numero dentro un fenomeno complesso e sfumato, di cui neanche lo Stato vuole parlare. Ma dietro quei numeri ci sono storie dolorose e straordinarie come quella di Bruno Fortunato, il poliziotto che arrestò Nadia Desdemona Lioce decretando la fine delle Nuove Brigate Rosse. Quella di Fedele Conti, il capitano della Guardia di Finanza che tra i primi indagò gli intrecci tra politica e affari a Fondi, sul litorale laziale. E quella di Daniele Da Col, ispettore della Polizia Municipale di Firenze la cui vicenda ha fatto nascere una delle prime associazioni che combattono il mobbing. Storie e drammi privati e collettivi, spesso dai contorni misteriosi, che non possono essere ignorati. Sara Lucaroni, giornalista professionista, laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Firenze, ha firmato reportage da Iraq, Siria e Turchia e inchieste per L’Espresso, Avvenire, Speciale TG1, SkyTG24. Ha condotto il telegiornale di Tv2000 e lavorato come inviata per i programmi di attualità Fuori Onda su La7 e M di Michele
Santoro, in onda su Rai3. Scrive di Medio Oriente, minoranze, diritti umani, legalità. Ha vinto, tra gli altri, il premio Carlo Azeglio Ciampi – “Schiena Dritta”, il premio “Giornalisti del Mediterraneo” e il Premio
“Omcom” (Osservatorio Mediterraneo Criminalità Organizzata) della Fondazione “Antonino Caponnetto”.
14 agosto Pierdante Piccioni con Pierangelo Sapegno In prima linea. Storie di Medici e pazienti in lotta contro il virus, Mondadori, 2020 e Colpevole di Amnesia, Mondadori, 2020
“Non chiamateci eroi” dicono medici e infermieri, bardati dalla testa ai piedi, mentre lottano contro un nemico invisibile “facciamo solo il nostro dovere”. Eppure, mentre gli ospedali si riempiono di malati e i
decessi aumentano, mentre molti colleghi restano a casa per paura di essere contagiati, mentre ancora si aspettano mascherine e protezioni che troppo spesso tardano ad arrivare, loro sono lì, in prima linea,
stanchi ma tenaci. Non si arrendono alla paura o agli egoismi, scelte di gran lunga più comode e sicure in situazioni di emergenza come questa. Non si arrendono, neppure di fronte al numero crescente dei colleghi
rimasti vittime di quel virus che tanto caparbiamente cercavano di combattere. “Non chiamateci eroi” ripetono “facciamo il nostro lavoro”. Pierdante Piccioni ce lo racconta chiaro e tondo, in questi capitoli che
sono le sue lettere dal fronte. Senza orpelli, la realtà nuda e cruda così come gli si propone ogni giorno, da quel 28 febbraio in cui ha scelto di tornare nell’ospedale di Lodi per unirsi alla lotta contro il virus.
«Nell’epicentro dell’epidemia, a Codogno e poi a Lodi, dove tutto è cominciato, non ci sono più seconde linee». Non poteva restare a casa, non lui, che è stato anche paziente e sa quanto sia importante avere
accanto medici empatici. Il 31 maggio 2013: Pierdante Piccioni, primario all’ospedale di Lodi, aveva avuto un incidente ed era andato in coma. Quando si era risvegliato, poche ore dopo, era convinto che fosse il 25
ottobre 2001. A causa di una lesione cerebrale, dodici anni della sua vita erano stati inghiottiti in un buco nero. All’improvviso era diventato un alieno, incapace di riconoscere la sua vita e addirittura sé stesso in
quel volto invecchiato che gli restituiva lo specchio. Attorno a lui tutto era cambiato: i figli non erano più due bambini di otto e undici anni, ma due adulti, con la barba e gli esami all’università, e la moglie sembrava un’altra donna, con le rughe e i capelli di diverso colore. Sulla sua storia è stata tratta la serie tv Doc – Nelle tue mani, su RAI 1 con Luca Argentero. Pierangelo Sapegno giornalista, è stato inviato speciale del quotidiano La Stampa, è autore di numerosi libri